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Feudi e vassalli. Le reazione tedesca al “revisionismo” della Reynolds

Feudi e vassalli. Le reazione tedesca al “revisionismo” della Reynolds


di 
Bruno Zucchermaglio

 Nell’ormai articolato panorama riguardante la diatriba di matrice prevalentemente accademica sul significato delle parole “feudo” (con i suoi derivati “feudale” e “feudalesimo”) e “vassallo” (anch’essa con le due derivazioni  e combinazioni quali “vassallaggio”, “valvassore”, ecc.), diatriba che tra l’altro si innesta sullo sfondo di una altra controversia ovvero quella relativa alla messa in discussione della accezione “Medioevo”[1], il libricino pubblicato da Steffen Patzold nel 2012 a Monaco di Baviera appare come un tentativo di “mettere ordine” o, perlomeno, di fare il punto della situazione.

Sappiamo, infatti, che se già nel 1974 Elizabeth Brown denunciava la “tirannia di un concetto”[2] che induce la ricerca storica a declinare la realtà secondo rigidi e consolidati paradigmi fuorvianti e deformanti ancorati al termine-concetto di “feudalesimo”, vent’anni più tardi, nel 1994, Susan Reynolds[3] propone una lettura revisionista, per non dire negazionista, di tutto quanto è stato etichettato, basandosi su qualcosa che viene definito senza mezzi termini un “paradigma kuhniano”,  sotto la comoda categoria mentale di feudo e di feudalesimo nonché di vassallo e vassallaggio.

Si tratta in realtà di considerazioni che possiamo trovare già alla fine del XIX secolo, come ci ricorda Johannes Fried[4]: Frederic William Maitland sostenne che a introdurre il sistema feudale in Inghilterra era stato Sir Henry Spelman (1562-1641)[5] e che esso aveva raggiunto il suo apice nel XIX secolo[6].  Già a fine Ottocento, in sostanza, uno storico non esitava ad attribuire la “invenzione” del feudalismo a forme di sistematizzazione resesi necessarie in epoca moderna al fine di organizzare sotto una unica categoria concettuale le diversificate istituzioni sorte nel corso del Medioevo.

Dunque Maitland, un secolo prima della “revisione” di Susan Reynolds, aveva già intuito che non è possibile comprendere appieno la società medievale se essa viene posta sotto gli “occhiali” e dunque concetti e paradigmi della società a noi coeva, if we see it through seventeenth- or eighteenth-century spectacles. Yet every time we think of fiefs and vassals we do just that”[7].

Steffen Patzold, come si diceva, propone un nuovo “schema” della discussione in atto e, dopo aver illustrato il punto di vista “classico” e la critica più recente, soffermandosi in particolare su Susan Reynolds, propone una sorta di risultante, fra le due forze vettrici contrastanti, dunque una sorta di sintesi in chiave hegeliana,  non risparmiando incise critiche al revisionismo della docente di Oxford senza peraltro rinunciare, al tempo stesso, al contributo che “Fiefs and Vassals” ha portato alla ricerca storica che si occupa del feudalesimo e della sue sfaccettate peculiarità.

In questo breve lavoro proponiamo dunque una lettura del testo “Das Lehnswesen” pubblicato nel 2012 a Monaco di Baviera da Steffen Patzold, docente presso l’università di Tübingen, mettendolo in relazione con il volume del 1994 di Susan Reynolds ovviamente senza tralasciare le declinazioni “classiche” di François Louis Ganshof[8] e di March Bloch[9].

 

[1] Esemplare,  a questo proposito, il manuale Storia medievale, a cura di Massimo Montanari (in collaborazione con Giuseppe Albertoni, Tiziana Lazzari e Giuliano Milani), Roma-Bari, Laterza, 2002, che, nonostante scelga un titolo del testo in cui l’aggettivo “medievale” inquadra il periodo storico trattato secondo i canoni riconosciuti della storiografia tradizionale e in uso nelle scuole di ogni ordine e grado, sceglie deliberatamente di non utilizzare mai in tutti i ventinove capitoli del libro la parola “Medievo” e dedica tutto il trentesimo capitolo proprio alla “invenzione” di tale termine e alle difficoltà della periodizzazione nonché della sua designazione.

[2] Elisabeth Brown, The Tyranny of a Construct: Feudalism and Historicians of medieval Europe, in The American Historical Review, Vol. 79, No. 4 (Oct., 1974), pp. 1063-1088, The University of Chicago Press on behalf of the American Historical Association

[3] Susan Reynolds, Feudi e vassalli. Una nuova interpretazione delle fonti medievali, Roma, Jouvence, 2004. Ed. or.: Fiefs and Vassals: the Medieval Evidence Reinterpreted, Oxford, Oxford University Press, 1994.

[4] Johannes Fried, Debate: Susan Reynolds, Fiefs and Vassals: the Medieval Evidence Reinterpreted, German Historical Institute London, Bulletin, Volume XIX, No. 1, May 1997, pp. 28-41.

[5] Storico e antiquario inglese (1562?-1641).

[6] Ivi, p. 28.

[7] Così Reynolds in Fiefs and Vassals, cit., p. 3, nella citazione resa da Fried, Debate, cit., p. 29.

[8] François Louis Ganshof, Che cos’è il feudalesimo?, Torino, Einuadi, 1989 (Ed. or.: Paris, 1982).

[9] Marc Bloch, La società feudale, Torino, Einaudi, 1949 (Ed. or.: Paris, 1939).

 

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Lo “smontaggio” della Resistenza

Lo “smontaggio” della Resistenza


Fra guerra civile, guerra di liberazione e guerra di civiltà

Per una lettura delle interpretazioni del biennio 1943-1945 in Italia

“L’Italia combatte l’Italia. Gli stranieri potentissimi e formidabili
sogghignano e preparano le arme; in mentre le persone, le industrie,
il commercio, le arti italiane e ogni forza va in fondo, fra gli spogli,
le fucilazioni, gl’incendi e le ruine. L’Italia subissa l’Italia”
(Giacinto De Sivo, 1861)

di Bruno Zucchermaglio

Se l’obbedienza menzionata da Hobbes[1], così come la fuga dalla libertà descritta nel 1941 da Fromm[2], è finalizzata alla protezione e dunque alla tutela perseguita dall’uomo, dal cittadino, che rinuncia a buona parte della sua libertà[3] in cambio, appunto, di protezione emanata, se così possiamo dire, attraverso i poteri esercitati dal governo, dal parlamento e dalla magistratura, l’8 settembre 1943 costituisce per il popolo italiano l’improvvisa instaurazione di una vacanza di potere, in parte già da tempo percepita ma drammaticamente confermata con l’annuncio dell’armistizio di Cassibile firmato pochi giorni prima dal duca di Addis Abeba.

La perdita di quei punti di riferimento attraverso i quali ogni cittadino di uno stato moderno si orienta, viene presto avvertita da quei soldati, descritti da Salvatore Satta, che dopo l’annuncio dell’armistizio percepiscono in modo graduale l’assenza degli ufficiali che li hanno lasciati soli in caserma dandosi alla fuga (così come avrebbero fatto il giorno dopo l’annuncio il capo del governo e il re con il suo seguito).

I soldati di cui narra Satta, ancorché descritti nell’ambito di una ricostruzione non prettamente storica ma prevalentemente letteraria, si sentono come orfani, tanto che alcuni di loro piangono di fronte al “si salvi chi può” suggerito dall’unico tenente che quasi per sbaglio rientra in caserma.

Piangono in quanto è loro chiaro che l’esortazione dell’ufficiale sottintende l’improvvisa venuta meno di ogni punto di riferimento e che ai vertici, non solo della loro divisione ma addirittura del Paese, non vi è più nessuno.[4]

Non solo. Anche se ufficialmente quei soldati sono in guerra da più di tre anni, l’8 settembre, considerato da diversi storici l’inizio di una nuova fase della guerra, per alcuni, per quanto in modo piuttosto azzardato ma non per questo incomprensibile, rappresenterebbe la vera data dell’entrata in guerra dell’Italia. “Pochi infatti intendono – scrive a tale proposito Salvatore Satta – che l’8 settembre 1943, e non il 10 giugno 1940, è il vero giorno dell’entrata in guerra degli italiani” [5] , quasi a voler significare che la vera tragicità della guerra non sta tanto nel conflitto in sé quando esso è conseguenza diplomatico-militare di una regolare dichiarazione di guerra e costituisce la contrapposizione fra due o più stati sovrani chiaramente delineati con i loro eserciti altrettanto chiaramente schierati, quanto nella sua evoluzione, o, meglio, involuzione[6], in lotta intestina e dunque in conflitto fra cittadini che fanno riferimento a una unica nazione e/o a un solo stato.

Il giurista nuorese precisa poco più avanti che, così come il popolo italiano non aveva mai creduto alla guerra annunciata con tutta l’enfasi con la quale sapeva distinguersi il “fondatore dell’impero” dal balcone di Palazzo Venezia alle 17 del 10 giugno 1940, quasi allo stesso modo, l’8 settembre di tre anni più tardi, nell’esultare di fronte alla cessazione delle ostilità contro il vecchio nemico, al tempo stesso si rifiutava di cominciarle contro il nuovo nemico, l’alleato del giorno prima.

Ciò che però il popolo italiano non poteva in alcun modo rifiutare era il fatto che l’8 settembre cominciava la guerra contro se stesso.

Satta, molto prima che storici e storiografi, a partire dall’ultimo decennio del secolo scorso, convergessero su queste conclusioni, seppure con tutta una serie di distinguo che costituiscono l’oggetto di questo lavoro, con spirito di cronista, più che di scrittore, percepisce subito non solo che la guerra si sposta dal piano internazionale a quello interno, e dunque nazionale,  ma soprattutto che essa si concluderà su quello individuale, “cioè col trionfo dell’individuo sopra se stesso”.[7]

Anche Calvino, dunque ancora uno scrittore e in ogni caso non uno storico, nel suo primo romanzo tende indubbiamente a declinare la narrazione dei fatti delle Resistenza, visti attraverso gli occhi di un bambino, su un piano che è quello della guerra civile.

Nella presentazione al romanzo, redatta diversi anni dopo, egli sottolinea inoltre che “la Resistenza rappresentò la fusione tra paesaggio e persone”[8] ponendo dunque l’accento su un elemento tipicamente caratterizzante una guerra civile, oltre che della Resistenza e delle Resistenze così come le abbiamo conosciute, che è quello del ritorno al territorio dei boschi, delle montagne, delle grotte e dei paesini sperduti e diroccati da parte dei suoi protagonisti i quali, perdendo i concreti riferimenti dell’unità del territorio e dunque della sua contiguità con lo stato-nazione, di quest’ultimo perdono la percezione dovendo così fare nuovamente e necessariamente riferimento al suo frazionamento (alla sua dissoluzione, da un punto di vista giuridico) tornando ad occuparne solo alcune porzioni cui conferire di volta in volta l’appartenenza attraverso varie di forme di presa ed organizzazione del potere e dunque per mezzo di diverse soluzioni autoritarie o, per così dire, autorevoli.

 
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[1] “La costruzione dell’artificio politico si fonda infatti su un duplice sacrificio. Il primo è quello, di evidente risonanza freudiana, che implica la deposizione dei propri diritti e la rinuncia al proprio potere e alle proprie passioni; insomma la rinuncia alla propria libertà (e felicità), come direbbe Freud, ‘per un po’ di sicurezza’ ” scrive a questo proposito Pulcini Elena, Paura, legame sociale, ordine politico in Hobbes, in Chiodi Giulio M. e Gatti Roberto (a cura di), La filosofia politica di Hobbes, Milano, Franco Angeli, 2009, pp. 74-75.

[2] Cfr. Fromm Erich, Fuga dalla libertà, Milano, Edizioni di Comunità, 1977 (ed. or.: Die Furcht von der Freiheit, 1941).

[3] Anche da un punto di vista antropologico, oltre che da quello filosofico e sociopsicologico, la nascita dello stato e dunque la organizzazione della vita delle persone in  strutture sociali statuali rappresenta, “sotto molti aspetti, la caduta dal mondo della libertà a quello della schiavitù” (Harris Marvin, Cannibali e re. Le origini delle culture, Milano, Feltrinelli, 1979, ed. or.: 1977, p. 81).

[4] Satta Salvatore, De Profundis, Milano, Adelphi, 1980 – ed. orig.: 1948 – pp. 160-169.

[5] Ivi, p. 20.

[6] Mentre in Spagna la guerra civile era divenuta internazionale o comunque si era sviluppata  anche lungo quell’asse, in Italia sembra accadere il processo inverso ovvero quello che vede uno scontro internazionale, fra due o più stati sovrani o comunque fra alleanze siglate fra due o più nazioni, declinarsi gradualmente su un piano di conflittualità interna e dunque di guerra civile. Cfr. Pavone Claudio, La seconda guerra mondiale: una guerra civile europea?, in Ranzato Gabriele (a cura di), Guerre fratricide. Le guerre civili in età contemporanea, Torino, Bollati Boringhieri, 1994, pp. 98-100.

[7] Ibidem.

[8] Calvino Italo, Il sentiero dei nidi di ragno, Milano, Mondadori, 2002, p. IX, ed. or.: 1971 (la prima edizione del romanzo, priva della prefazione cui qui si fa riferimento, è del 1947).

 

Gli "invalidi" della Aula Comotto

Gli "invalidi" della Aula Comotto


di Bruno Zucchermaglio

                                                       

Impronta Italia domandava Roma,
Bisanzio essi le han dato

Giosuè Carducci, marzo 1871

                                       

Il disagio[1] di quei parlamentari che si trovarono a rappresentare quei pochi regnicoli[2] elettori[3] che li avevano designati a deputati nello spazio di una «Aula Comotto» non particolarmente funzionale né accogliente, può in parte essere visto come simbolicamente indicativo della scarsa importanza che il Regno dava a quella camera elettiva che da circa un decennio aveva trovato alloggio, se così possiamo dire, in un cortile del palazzo di Monte Citorio coperto da una struttura in ferro e in legno allestita dall’ingegnere piemontese il cui nome si affibbiò all’emiciclo che fino all’inizio del XX secolo avrebbe ospitato i lavori parlamentari[4].

Nel 1870, dopo i cinque anni parentetici (nonostante la finta accettazione per ragioni diplomatico-militari, di convenienza nonché di contingenza[5], della “Convenzione di settembre”) di Firenze capitale d’Italia, il regno di Vittorio Emanuele II aveva posto il suo baricentro politico-istituzionale a Roma, in quel caput mundi non poco miticizzato e ideologizzato (mito e ideologia di cui si servirà in particolare la retorica fascista sessant’anni più tardi) da cui irradiare il potere della monarchia sabauda e da cui estendere senza discernimento alcuno leggi e norme di matrice sardo-piemontese[6].

Dovendo trovare una spazio per quella unica camera elettiva prevista dalla Statuto[7] concesso da Carlo Alberto, Re di Sardegna, di Cipro e di Gerusalemme, il 4 marzo 1948 ai suoi sudditi, si optò per il palazzo che a Roma fu sede del cardinal-vicario[8] fino all’ingresso dei bersaglieri per Porta Pia e in esso fu scelto un cortile in cui era possibile allestire un emiciclo con gli scranni dei deputati.

La sistemazione, che avrebbe dovuto essere provvisoria, fu presto oggetto di critiche e di proteste, ma restò tale fino al 1900, dunque per quasi trent’anni, quando la «Aula Comotto», ormai pericolante, fu sostituita da una altra aula, anch’essa in legno e anch’essa concepita come sistemazione provvisoria, che avrebbe ospitato i deputati sino al 18 novembre 1918, data nella quale venne inaugurata la nuova aula ancora oggi facente le medesime funzioni (seppur, ovviamente, nella cornice repubblicana e costituzionale).

Anche se potrebbe apparire irrilevante o comunque non particolarmente significativa la “vicenda” della sistemazione logistica dei rappresentati alla camera elettiva dalla presa di Roma agli albori del fascismo, la questione può invero portarci a riflettere sulla scarsa importanza che a questa assemblea veniva data e su quanto poco incisivo potesse essere l’intervento delle deliberazioni e delle discussioni che in questa assemblea avevano luogo.  

Non è un caso, infatti, che mentre si cercava di risparmiare per la costruzione di una aula degna di accogliere i deputati democraticamente eletti alla Camera, non si badò a spese per la realizzazione del cosiddetto Vittoriano, il monumento dedicato alla magnificenza del re, Vittorio Emanuele II. Questo monumento, pomposo, quasi ingombrante e pacchiano, che si fece largo nella Roma di fine Ottocento – inizio Novecento, e che, oltre a celebrare il primo re d’Italia scomparso nel 1878, doveva essere pronto per le celebrazioni del cinquantenario della unificazione nel 1911[9], non solo impegnò una importante voce di spesa a bilancio, ma sacrificò quasi un intero quartiere della capitale che venne sventrato per far posto al mai particolarmente amato, da parte dei romani, monumento della “macchina da scrivere”. Siamo dunque di fronte alla preminenza, come ci ricorda Banti, “del momento dell’autorità, del comando, della decisione, su quella discussione, della contrattazione, del compromesso”[10] e dunque alla preponderanza della celebrazione del potere del monarca e delle sue gesta in contrasto con i princìpi del parlamentarismo che già andava designando qualcosa di eccessivamente articolato e dunque poco snello e scarsamente efficiente.

Anche la festa dello Statuto, divenuta obbligatoria con la legge 5 maggio 1861[11], nonostante fosse stata ufficialmente introdotta per celebrare le istituzioni che nella “legge fondamentale, perpetua ed irrevocabile” trovavano la loro legittimazione, era in realtà una festa che celebrava la grandezza del re[12] il quale aveva ottriato e dunque concesso dall’alto della sua autorità una sorta di “costituzione breve”, una “carta octroyée”, appunto.

La subalternità della camera elettiva al sovrano non stupisce dunque molto, in questo contesto. Anche se eletta direttamente “dai Collegi Elettorali conformemente alla legge”[13] e anche se nominava autonomamente i suoi Presidente, Vice-Presidenti e  Segretari[14], essa poteva essere sciolta dal re, ai sensi dell’articolo 9 dello Statuto, articolo che spesso veniva utilizzato al fine di intervenire direttamente nelle decisioni e nelle scelte politiche della assemblea. “A meno di non voler annullare del tutto il principio di rappresentatività della Camera dei deputati, il potere di ‘discioglimento’ di essa, attribuito al re dall’articolo 9 dello Statuto, non poteva tuttavia significare che attraverso quel potere il re avrebbe potuto sindacare le scelte politiche compiute, attraverso le elezioni, dal corpo elettorale. Eppure, questo fu esattamente quello che avvenne nel 1849, dopo il Proclama di Moncalieri, quando la Camera venne sciolta per due volte consecutivamente, finché gli elettori non si piegarono all’indirizzo regio nelle trattative di pace con l’Austria”[15].

Il re, tra l’altro, poteva fare ampio uso dello strumento della proroga delle sessioni parlamentari e dunque anche in questo modo poteva intervenire in modo non poco incisivo nell’andamento delle discussioni parlamentari, nella loro calendarizzazione e dunque anche nelle relative decisioni.

Uno strumento, quello dello proroga, che a volte si trasformava in quello più radicale della “chiusura” delle sessioni, che pur essendo sulla carta una prerogativa regia, ai sensi dell’articolo 9 dello Statuto, era spesso esercitato, nei fatti, dal governo.[16] Proroga e chiusura delle sessioni venivano utilizzate anche per approdare allo scioglimento anticipato della camera tenendo così i parlamentari sotto “costante minaccia”[17].  “Questo modo di intendere e di praticare il rapporto fra governo e parlamento (ha) influito sulla nascita e sullo sviluppo delle istituzioni italiane”, ci ricorda Stefano Merlini.[18]

Inoltre, con lo Statuto Albertino il potere legislativo non cessa di essere un potere del re, il quale continua ad esercitarlo insieme al Parlamento e dunque unitamente alla camera elettiva e a quella “alta”, del Senato, di nomina reale[19]. Siamo dunque lungi da quella separazione dei poteri indicata da Montesquieu quale presupposto dell’esercizio democratico del potere e della libertà dei cittadini.

I deputati della camera elettiva prescritta dagli articoli 39-47 dello Statuto del 1948, dunque, appaiono un po’ come degli “invalidi”, mutuando una espressione che Nicola Antonetti, citando Luigi Palma, ha utilizzato per qualificare i “Pari”, i Senatori che componevano invece l’assemblea della camera “alta” di nomina regia e vitalizia[20]. Questi ultimi, scelti nell’ambito di ventuno categorie[21], erano appunto nominati dal re ma di fatto dal governo il quale se ne serviva, con le cosiddette “infornate”[22], per rideterminare a proprio piacimento gli equilibri politici e dunque influenzare direttamente le decisioni dell’assemblea. Il Senato vitalizio fu così presto considerato privo di autonomia ed esso “fu giudicato subito, e in prevalenza, come una pura emanazione dell’esecutivo e non come un’assemblea adatta a svolgere funzioni di indirizzo politico e di equilibrio parlamentare”. [23]



[1] “Noi a Roma siamo in disagio. È una locanda per noi piuttosto che una città (Benissimo!); e guardando quest’aula dovete tutti sentire un grave rammarico nel riflettere che, dopo 10 anni, siamo ancora in una casa di legno coperta di tela e di carta (Si ride), quasi che stessimo provvisoriamente e non nella capitale definitiva dello Stato (Bene! Bravo!).” Così Francesco Crispi, nel luglio 1880, alla camera elettiva. In Atti Parlamentari, Camera dei Deputati, XIV legislatura, sessione unica 1880-82, Discussioni, V, p. 4250 (10 marzo 1881). In Banti Alberto M., Storia della borghesia italiana. L’età liberale, Roma, Donzelli, 1996, p. 252; cfr. anche Tobia Bruno, Una patria per gli italiani. Spazi, itinerari, monumenti nell’Italia unita (1870-1900), Roma-Bari, Laterza, 1991, pp. 26-27.

[2] Così sono definiti sudditi del Regno d’Italia; cfr. art. 24 dello Statuto del Regno o Statuto Fondamentale della Monarchia di Savoia del 4 di marzo 1848, pubblicato in Torino il giorno successivo.

[3]  Le elezioni del 16 maggio 1880 si svolsero con il sistema che prevedeva il diritto di voto per coloro che pagavano almeno 40 lire di imposte e per coloro che appartenevano a una serie di categorie che, per il ruolo svolto all’interno dello Stato, si riteneva fossero idonee a esercitare il diritto di voto indipendentemente dal pagamento del censo. A tale consultazione elettorale partecipò, in tutto il Regno, il 62,6 per cento degli aventi diritto al voto, con la massima affluenza registrata in Molise (75,3 per cento) e la minima in Liguria (55,3). Cfr. Istituto Carlo Cattaneo, Atlante storico-elettorale d’Italia 1861-2008, di Corbetta Piergiorgio e Piretti Maria Serena, Bologna, Zanichelli, 2009, p. 5, p. 10 e p. 36.

[4] Paolo Comotto è il nome dell’ingegnere piemontese che aveva architettato l’aula per i lavori della camera elettiva a Roma, nel palazzo di Monte Citorio. Cfr. Banti, Storia…, cit., pp. 251-254.

[5] Cfr. Spadolini Giovanni, Firenze e il mito di Roma, in Firenze capitale. Gli anni di Ricasoli, Firenze, Le Monnier, 1979, pp. 283-292.

[6]  La scelta di Roma capitale sembrava inevitabile non solo per il già rammentato valore simbolico della “città eterna” ma anche per la sua posizione geografica, più o meno centrale rispetto all’estensione in latitudine della penisola italiana, e altresì al fine di rendere meno percepibile il fatto che la legislazione e la normativa che venivano applicate su scala nazionale avessero una matrice pressoché regionale o comunque di ispirazione piemontese-sabauda.

[7]La Camera elettiva è composta di Deputati scelti dai Collegi Elettorali conformemente alla legge”, art. 39 dello Statuto e Legge Fondamentale, perpetua ed irrevocabile del Regno (emanato il 4 marzo 1848).

[8]  Cfr. Banti, Storia…, cit., pp. 251.

[9]  “Il 4 giugno 1911 Roma celebrò il cinquantesimo anniversario dell’unità d’Italia. La cerimonia principale ruotò attorno all’inaugurazione dell’aberrante monumento a Vittorio Emanuele II, il primo re della nuova nazione. L’idea di questo monumento, ed i relativi stanzionamenti  pubblici, risalivano al 1878, ed il conte Giuseppe Sacconi, il cui progetto aveva vinto il pubblico concorso indetto per l’occasione, era stato nominato architetto capo nel 1885. Significativamente, fu deciso di situare il monumento sul colle capitolino, luogo carico di illustri memorie”; Mayer Arno J., Il potere dell’Ancien Régime fino alla prima guerra mondiale, Roma-Bari, Laterza, 1994 (ed. or.: New York, 1981), pp. 133-134.

[10]  Banti, Storia…, cit., p. 253.

[11]  Cfr. Porciani Ilaria, La festa della nazione. Rappresentazione dello Stato e spazi sociali nell’Italia unita, Bologna, Il Mulino, 1997, p. 33.

[12]  “La festa manca di una specifica celebrazione in parlamento e lascia in ombra le istituzioni rappresentative, mentre converge sull’immagine del monarca, che costituisce comunque il principale simbolo dello stato-nazione”, così Porciani Ilaria in ivi, p. 143.

[13] Art. 39 dello Statuto del Regno , cit.

[14] Art. 43 dello Statuto del Regno, cit.: “Il Presidente, i Vice-Presidenti e i Segretarii della Camera dei Deputati sono da essa stessa nominati nel proprio seno al principio d'ogni sessione per tutta la sua durata”.

[15] Merlini Stefano, Il governo costituzionale, in Romanelli Raffaele (a cura di), Storia dello Stato italiano dall’Unità a oggi , Roma, Donzelli, 1995, p. 17.

[16]  Cfr. ivi, pp. 18-19.

[17] Ivi, p. 19.

[18]  Ibidem.

[19] Art. 3 dello Statuto del Regno, cit.: “Il potere legislativo sarà collettivamente esercitato dal Re e da due Camere: il Senato, e quella dei Deputati”.

[20] Cfr. Antonetti Nicola, Gli invalidi della Costituzione. Il Senato del Regno 1848-1924, Roma-Bari, Laterza, 1992. Antonetti cita uno stralcio da Palma Luigi, Corso di Diritto Costituzionale, vol. II, Firenze, 1877, p. 265: “La legge li dichiara il primo corpo dello Stato, ma [i senatori] sono gl’ invalidi della Costituzione. Essi non han forza davanti al re o ai ministri che li hanno nominati, e che possono spostarne sempre la maggioranza e quindi dettarne le risoluzioni, né davanti al popolo che non li conosce”.

[21]  Cfr. art. 33 dello Statuto del Regno , cit.

[22]  “La nomina vitalizia avrebbe dovuto assicurare ai senatoriun significativo grado di indipendenza dalle diverse tendenze politico-ideologiche che premevano alle porte delle istituzioni e, per altro verso, dalla stessa Corona. La mancata predeterminazione di un loro numero massimo pose però le basi per una pratica disattivazione di tali potenzialità. Consentì infatti, come è noto, al Re ed al Governo,che si appropriò presto del potere sostanziale di scelta dei nominandi, attraverso il frequente ricorso alle c.d. ‘infornate’, di esercitare un penetrante controllo politico sul Senato, modificandone gli equilibri interni secondo le convenienze del momento. Insieme ad altri fattori, ciò contribuì al «deperimento istituzionale» del Senato”. Così Casamassima Vincenzo e Frangioni Andrea, Introduzione al volume Parlamento e storia d’Italia, Atti del primo e del secondo seminario di storia parlamentare, Scuola Normale Superiore – Scuola Superiore Sant’Anna, 11 e 18 maggio 2009 – 25 gennaio e 8 febbraio 2010, p. 2.

[23] Antonetti Nicola, Gli invalidi della Costituzione, cit., p. 11.


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Società idrauliche, “mumi” distributori e sguardi eurodecentrati

Società idrauliche, “mumi” distributori e sguardi eurodecentrati


Per una (ri)lettura critica e in chiave storiografica  di
Harris Marvin, Cannibali e re. Le origini delle culture, Milano, Feltrinelli, 1979 
(ed. or.: New York, 1977)

 

di Bruno Zucchermaglio

In questo breve lavoro si è cercato di leggere un testo di antropologia attraverso le chiavi interpretative della storiografia e in particolare degli approcci che derivano dagli studi postcoloniali, dai “subaltern studies” e quindi tenendo anche conto di quella che è già stata definita antropologia storica.

Il testo di antropologia che abbiamo cercato di “immergere” nella metodologia sopra accennata è “Cannibali e re. Le origini delle culture”, scritto da Marvin Harris nel 1977 e pubblicato in Italia nel 1979.[1]

Il problema che ci siamo posti sin dal principio è stato quello di considerare la legittimità o meno di attingere all’antropologia, la quale il più delle volte è declinata con la aggettivazione “culturale”, per istradare un percorso storico e, quindi, approdando in una tematica di matrice storiografica, se per “fare storia”, per scrivere storia e dunque “rendicontare” i fatti del passato alla ineludibile luce del presente nel quale lo storico è, suo malgrado, “situato”, è possibile approvvigionarsi alla fonte di quella scienza sociale quale la antropologia è.

In questo senso un primo aiuto ci viene da Bartolomé Yun Casalilla il quale annovera l’antropologia fra quelle scienze sociali in grado di fornirci una “thick description” , secondo lo storico proprio grazie allo stretto legame “between anthropology and historical analysis”, legame che ci porta sulla strada di quella ricerca storica (ancor meglio la definizione di approccio storico) che oggi considera uno dei più importanti modi di “operare” quello di “study the universal in the small things”. [2]

Anche Nicholas B. Dirks, in particolare per quanto riguarda lo studio delle colonie e altresì delle società postcoloniali, ritiene che “after 1857, anthropology supplanted history as the principal colonial modality of knowledge and rule”. [3]

Lontani in ogni caso dalla celebre provocazione di Maitland, secondo la quale l’antropologia dovrebbe scegliere se essere storia o non essere nulla[4], essa ha acquisito indubbiamente un ruolo privilegiato, se così possiamo definirlo, smettendo la veste di disciplina ancillare per divenire se non proprio protagonista almeno deuteragonista, in modo particolare con gli studi coloniali. [5]

 
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[1] Harris Marvin, Cannibali e re. Le origini delle culture, Milano, Feltrinelli, 1979. Ed. or: Cannibals and Kings. The Origins of Cultures, New York, 1977.

[2] Bartolomé Yun Casalilla, ‘Localism’, Global History and Transnational History. A Reflection from the Historian of Early Modern Europe, 2007, p. 9. Qui Casalilla  cita Giovanni Levi, “Sobre microhistoria”, in: Peter Burke (ed.), Formas de hacer historia, Madrid 1991, pp. 119-143; original edition: New Perspectives on Historical Writing, London 1991.

pp. 119-143; original edition: New Perspectives on Historical Writing, London 1991.

[3] Nicholas B. Dirks, Castes of Mind: Colonialism and the Making of Modern India, Princeton University Press, 2001, p. 43.

[4] Frederic William Maitland (1899) citato in Sandro Busatta, Lévi Strauss, ovvero l’antropologo nudo. Crudo, cotto o al sangue?, Antrocom, 2009, Vol. 5 – n. 2 – 81-86, p. 85 e anche in Marshall David Sahlins, Storie d’altri, Napoli, 1992, p. 15.

[5] Cfr. Nicholas B. Dirks, Le inquietudini del postcolonialismo. Storia, antropologia e critica postcoloniale, in AA.VV., Antropologia. Colonialismo, 2002, anno 2, numero 2, annuario diretto da Ugo Fabietti, Roma, Meltemi, 2002, pp.22-25.

Una nuova ubriacatura temporale: l’estasi della velocità

Una nuova ubriacatura temporale: l’estasi della velocità

 

di Bruno Zucchermaglio

  

I cambiamenti apportati nella quotidianità dalla velocità vengono
presto intercettati - fino a farli divenire propri - da alcune avanguardie
artistiche e in modo particolare dal futurismo che esalta espressamente
la componente dromologica della vita che secondo Marinetti e seguaci
dovrebbe innervare tutti gli aspetti della datità quotidiana e al tempo
stesso dell’espressione artistica.
La velocità viene indicata dai futuristi come una delle principali
caratteristiche della modernità e della vita metropolitana che si
contrappone al vecchiume passatista della vita lenta o addirittura
statica che viene considerata afferente al secolo precedente, dunque
all’Ottocento.
Al punto 4 del celebre “Manifesto del futurismo", pubblicato su “Le
Figaro” il 20 febbraio 1909 (anche se secondo alcune fonti esso era già
stato pubblicato, il 5 febbraio dello stesso anno, su “La Gazzetta di
Reggio Emilia”; ma in questo caso con scarsa eco) leggiamo il proclama
“Noi affermiamo che la magnificenza del mondo si è arricchita di una
bellezza nuova: la bellezza della velocità”.
Al punto 8 dello stesso manifesto, inoltre, leggiamo “Noi siamo sul
patrimonio estremo dei secoli! Poiché abbiamo già creata l'eterna
velocità onnipresente”. 

Anche nella pittura e nella scultura gli artisti, non solamente futuristi,
cercano di “andare oltre” la fissità dell’arte figurativa stessa (talora
cercando di “imitare” il cinematografo che si va sempre più 

affermando e che per certi versi viene pure temuto) realizzando opere
che destrutturando, scontornando, porzionando, replicando e/o
sovrapponendo le figure, tentano di rappresentare la velocità, di
esprimere con la staticità dell’arte figurativa ciò che le nuove
esperienze percettive dell’essere umano registrano a causa della
velocizzazione esponenziale dei mezzi di trasporto, dei mezzi di
comunicazione, delle interrelazioni, degli scambi commerciali e
conversazionali. 

Umberto Boccioni, nel 1913, realizza la scultura “Forme uniche della 
continuità nello spazio” nell’intento di “esprimere la nostra vita 
vorticosa di acciaio, di orgoglio, di febbre e di velocità”, come aveva 
egli stesso proclamato nel 1910 (cfr. Stephen Kern, Il tempo e lo spazio.
La percezione del mondo tra Otto e Novecento, Bologna, Il Mulino,
1988, p. 153).

Di notevole importanza, per quanto riguarda la percezione della
velocità e il suo studio attraverso le tecniche pittoriche, è il quadro di
un altro futurista, Giacomo Balla, che nel 1912 ha realizzato il celebre
Dinamismo di un cane al guinzaglio”; opera che avrebbe ispirato
Marcel Duchamp che in quegli anni stava concependo il suo “Nudo
che scende le scale”, nelle sue diverse edizioni, opera che, sovvertendo
le regole del cubismo, anela a rappresentare sincreticamente il
movimento di una figura umana che discende le scale e che tenta così
di conferire una componente dromologica – dunque un elemento di
velocità – alla tela altrimenti, e inesorabilmente, statica.
Nel 1913 Balla cercò di rappresentare la velocità su tela attraverso la
raffigurazione del volo delle rondini con una serie di dipinti cui diede
il titolo di “Le rondini: linee andamentali + successioni dinamiche” e
con la quale raffigurò il movimento attraverso un’operazione pittorica
di astrazione (cfr. Stephen Kern, cit., p. 152).

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